La pacchia dei magistrati militari: solo 60 cause all’anno

Anna Maria Greco – Mar, 04/12/2012


Roma – C’è il soldato che al poligono si è messo in tasca qualche proiettile, il carabiniere che con un superiore si è lasciato sfuggire un’imprecazione tra i denti, il finanziere che si allontana dal comando per un quarto d’ora, il maresciallo che oppone il consenso informato alla vaccinazione obbligatoria, anche il colonnello che vessa il sottoposto.
Tutti deferiti davanti al tribunale militare. I reati? Furto, peculato, insubordinazione, diffamazione, truffa, assenza dal servizio, minaccia, abuso d’autorità, danneggiamento colposo.
È così che si mette in moto la costosa e anacronistica macchina della giustizia militare, in cui ognuno dei 48 magistrati ha un carico di lavoro di 60 cause in media ogni anno. Cioè, un decimo dell’indicatore di efficienza nella giustizia ordinaria.
Sono 58 le toghe con le stellette (c’è una donna), in realtà civili dipendenti dal ministero della Difesa, ma 10 sono fuori ruolo con incarichi governativi o nel Consiglio della magistratura militare, di cui la Guardasigilli Paola Severino è stata vicepresidente dal 1997 al 2001.
Si occupano solo di penale e hanno stipendi e progressione di carriera identici ai magistrati ordinari. Retribuzioni alte globalmente, perché 21 sono al grado di Cassazione, 7 dei quali ai massimi livelli e 11 d’Appello. Molti, dunque, interessati alla recente sentenza della Consulta che ha bocciato i tagli agli stipendi d’oro oltre i 150mila e i 90mila euro l’anno, imponendo la restituzione degli arretrati. Sedi storiche per tribunali e procure: Palazzo Cesi a Roma, l’ex convento Santa Maria degli Angeli di Pizzofalcone a Napoli e Palazzo di Santa Lucia a Verona. Nella capitale ci sono anche Corte d’Appello e Procura generale, tribunale militare di sorveglianza e Procura generale presso la Cassazione.
L’apparato con centinaia di persone, tra cancellieri, segretari, assistenti, guardie, autisti di auto blu, addetti all’amministrazione eccetera, produce in tutto 208 sentenze di primo grado l’anno, cioè una media di 60-70 a tribunale; mentre pm, gip e gup trattano 600 procedimenti, di cui solo un decimo si traduce in rinvio a giudizio. In appello, 113 processi nel 2011 e 40 ricorsi in Cassazione.
Una Ferrari che circola in un cortile, per usare l’immagine del Presidente della Corte d’appello. Vito Nicolò Diana, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2010, per la verità parlava di «vettura gran turismo» per lamentare il fatto che la magistratura militare fosse «sottoutilizzata, sostanzialmente delegittimata». Non per chiederne l’abolizione cui la categoria si oppone strenuamente, ma per lamentare l’insufficienza dei magistrati, dopo i tagli della finanziaria 2008 che ha ridotto da 9 a 3 i tribunali, facendo transitare le toghe militari in eccesso nelle file di quelle ordinarie. Che da sempre le hanno definite, con un po’ di cattiveria, «veterinari del diritto», considerando solo loro «medici».
All’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012, Diana ha parlato di «giustizia militare sempre più evanescente, prossima ad uscire di scena», negando però che la «vecchia diligenza» fosse «obsoleta» o il «vetturino non professionalmente adeguato». Anzi, per lui, si tratta di un fulgido esempio di «giustizia tempestiva ed efficace».
Peccato che, con la fine della leva obbligatoria e l’esaurimento delle cause per i crimini nazisti, i magistrati militari si occupino soprattutto di questioni bagattellari, o semidisciplinari. Visto che sono sottoccupati, molti hanno un secondo incarico, in università e scuole di formazione militare o nella giustizia sportiva, dove ci sono diversi pm e Stefano Palazzi, il superprocuratore della Federcalcio che si è occupato di Calciopoli e ora di Calcioscommesse.
«Hanno tanto tempo libero – spiega l’avvocato Giuseppe Fortuna, segretario generale di Ficiesse, Associazione civica finanzieri, cittadini, solidarietà – e spesso danno corso con accanimento a contestazioni assurde, che servono solo a rinsaldare in modo ottocentesco il vincolo di obbedienza, la fedeltà ai superiori. Così perpetuano la separazione tra militari e società civile. Abbiamo quattro finanzieri sotto procedimento per diffamazione e altri a rischio solo perché sul nostro sito hanno commentato, con qualche ironia, l’encomio dato ad un collega. Sono cause basate sul nulla, spesso destinate all’archiviazione. Intanto lo Stato spreca denaro, tempo e risorse e i costi pesano anche sui singoli. Vogliamo segnalare alla Corte dei conti i casi più eclatanti, perchè accerti il danno erariale».
Che senso ha, in tempi di crisi e tagli, mantenere questa giustizia speciale per i 300mila militari italiani? Per giustificare un tribunale ordinario l’indicatore di efficienza è di 382.191 abitanti e con questo criterio il ministro Severino ha tagliato 969 uffici giudiziari. Usando lo stesso metro, tutti e tre i tribunali militari messi assieme non avrebbero ragion d’essere. A meno che ogni militare italiano non commetta circa 4 reati l’anno. Per non parlare delle centinaia di carabinieri impiegati per la polizia giudiziaria, dei finanzieri e altri militari che potrebbero essere impiegati in ben altro modo. Diversi disegni di legge per trasformare questo giudice speciale in una sezione specializzata della magistratura ordinaria sono finiti nel nulla.
Questa Casta di nicchia deve avere i suoi sponsor se, per giustificarla, si arriva ad immaginare come fa il ddl Cirielli di trasferire alla magistratura militare i reati di qualsiasi tipo commessi da cittadini in uniforme.

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